Un’Europa fragile – di Giovanni Cominelli

Un’Europa fragile – di Giovanni Cominelli

Al centro del dibattito elettorale dei Paesi più importanti d’Europa non c’è mai stata la sfida geopolitica, bensì e solo la ridefinizione dei rapporti di forza tra i partiti all’interno di ciascun Paese. Si è trattato di elezioni su questioni nazionali di politica estera o interna. Un tema urgente era quello del superamento della struttura intergovernativa delle principali istituzioni europee per mettere federalmente in comune alcuni elementi di sovranità nazionale, a favore di una “sovranità europea”.

Solo alcune forze minori, come la Lista italiana “Stati Uniti d’Europa”, lo hanno proposto. Il suo risultato sfortunato è la controprova che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica e dei partiti che la rappresentano non hanno in mente nessuna “sovranità europea” capace di parlare al mondo con una voce sola, superando il metodo intergovernativo delle decisioni con il metodo comunitario.

A livello europeo solo Macron ha fatto degli affondi sul tema della Difesa e dell’aiuto all’Ucraina. Il risultato che ha ottenuto non lo conforta. La voce di Mario Draghi è stata solo una “vox clamantis in deserto”. La questione delle guerre che infuriano alle nostre porte è stata tenuta fuori dal confronto elettorale.

Il quadro politico europeo generato dai risultati elettorali non favorisce la progettazione di un nuovo assetto istituzionale europeo. È vero che le elezioni non hanno prodotto nel Parlamento europeo cambi rilevanti di maggioranza rispetto a quella precedente – la maggioranza Ursula – anche se si deve registrare l’avanzata di una destra euroscettica e nazionalista e, nel caso della Germania, neo-nazista. Ma un terremoto è accaduto o sta per accadere all’interno del Consiglio europeo.

Il Consiglio europeo è l’organo di governo strategico più importante dell’Unione europea e rappresenta il livello più elevato di cooperazione politica tra i Paesi dell’UE. Composto dai Capi di Stato o di governo dei Paesi membri, oltre che dal Presidente della Commissione europea e dall’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, delibera normalmente all’unanimità, ma in alcuni casi anche a maggioranza qualificata, costituita dal 55% dei Paesi – almeno 15 Stati membri sugli attuali 27- che rappresentino almeno il 65% della popolazione totale dell’UE.

Con la sconfitta di Macron e Scholz, l’antico e tradizionale asse franco-tedesco si è spezzato, i due Paesi-guida dell’Unione hanno cessato di fungere da motore della costruzione dell’Unione europea. Gli unici Capi di governo vincenti tra i grandi Paesi sono quello italiano e quello polacco. Si apre pertanto un periodo di trattative, instabilità, indecisioni.

Ma la causa principale della debolezza della futura UE è il vuoto scavato sotto le sue fondamenta dall’astensionismo: metà della popolazione europea non è andata a votare. Da tempo la partecipazione al voto nelle elezioni nazionali è in calo in tutti i Paesi europei, ma in particolar modo in Italia: segno di un indebolimento crescente della legittimazione dei meccanismi democratici di scelta delle classi politiche dirigenti.

Forse questa “abitudine”, insieme alla nebbia leggera che si leva dai fuochi d’artificio della vittoria impedisce ai vincitori delle elezioni di prendere atto del nocciolo culturale dell’astensione: la metà degli Europei non si è accorta che il mondo fuori di loro è cambiato oppure, essendosene accorta, ha chiuso gli occhi.

Il fatto che sul nostro fianco orientale sia in corso un massacro di decine di migliaia di giovani e la distruzione di intere città, che l’imperialismo russo voglia inglobare parte del territorio di uno Stato sovrano, dopo aver tentato di occuparne militarmente la capitale, che la condizione posta da Putin “per la pace” sia il riconoscimento delle conquiste sul campo, tutto ciò non turba minimamente la coscienza della metà degli Europei.

Quanto all’altra metà che ha votato, una parte sta comunque dalla parte di Putin “senza se e senza ma”, dalla Le Pen a Salvini, dall’AFD in Germania all’FPÖ in Austria, a FIDESZ in Ungheria. L’effetto complessivo è che l’Europa delle democrazie deboli non ha la volontà e la forza di resistere all’imperialismo russo e cinese, non riconosce che la posta in gioco è la difesa politica e militare delle libertà europee.

Non si può evitare di ricordare, a ottant’anni dallo sbarco del 6 Giugno in Normandia, che i nostri nonni, usciti da appena un decennio dalle trincee della prima Guerra mondiale, tentarono fino all’ultimo di evitare di tornarvi, concedendo progressivamente a Hitler tutto ciò che pretendeva.

Quando si accorsero che non si sarebbe fermato, era troppo tardi. E fu così che i loro figli furono costretti a partire per i fronti. Centinaia di migliaia di loro non tornarono più a casa.

Un astensionismo così massiccio rende evidente che l’autocoscienza storico-politica degli Europei resta drammaticamente al di sotto della storia in atto dell’Europa e del mondo. Chi la costruisce? Intanto l’Unione europea 2024-2029 sta andando incontro a “giorni interessanti”, direbbero i cinesi.

Giovanni Cominelli